Il burattino burattinaio

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Non credo che esista qualcosa come un 'comportamento involontario', ossia un'azione ripetuta frequentemente nel corso della nostra vita senza che noi ne siamo consapevoli. Anche se alla nostra coscienza sfugge l'atto nel momento in cui si compie, e quindi non ne abbiamo una consapevolezza immediata, sapremo di averlo compiuto in base al suo esito e alle sue conseguenze. L'involontarietà, ossia la mancata coscienza dell'atto, rappresenta un problema quando il comportamento automatico ci crea dei danni o è indesiderato.

Essere costretti a lavarsi quaranta volte al giorno è un problema, continuare a fumare mettendo a rischio la nostra salute un problema simile, anche se meno spettacolare e più diffuso.

Tutti i comportamenti a cui diamo il nome di involontario, sono abitudini, o lo sono diventati. L'abitudine non è altro che un comportamento volontario ripetuto nel tempo fino al punto da diventare automatico. I comportamenti automatici, a differenza di quelli volontari, non sono gestiti dalla nostra coscienza, ma dall'inconscio, che altro non è se non il nome con cui designiamo tutte le attività della nostra mente a cui non partecipiamo con il pensiero, ma che sono gestite da un autopilota interno.

Abbiamo imparato a camminare volontariamente, alzandoci e cadendo in innumerevoli volte durante la nostra infanzia. Da adulti camminiamo senza prestare attenzione ad ogni passo. Sarebbe inutile e troppo costoso in termini di tempo e risorse, pensare ad ogni passo. Se non credete a questo, fate il seguente esperimento: percorrete due metri ad occhi chiusi mettendo un piede davanti all'altro su un'immaginaria linea retta, facendo i passi il più lentamente possibile. Impiegate venti minuti per percorrere i due metri e scoprirete cosa succede quando si interrompe un'abitudine.

L'abitudine ha il vantaggio di farci risparmiare di pensare alla ripetizione delle stesse attività o azione facendo in modo che siano effettuate in maniera automatica. Quando l'esito di un azione è predicibile e ripetuto abbastanza a lungo, questa soluzione si dimostra efficiente ed economica. Se non vi è bastato l'esercizio di prima, provate a suonare una scala al pianoforte prestando attenzione ad ogni movimento: non andate molto veloci, vero?

I problemi infatti nascono quando le abitudini entrano in conflitto con la parte cosciente della nostra mente. Se c'è accordo, tutto bene, si procede. Se non c'è accordo, le cose non funzionano più. Se abbiamo appreso in un certo periodo della nostra vita a mangiare per sedare l'ansia e se questo comportamento è diventata un'abitudine, avremo dei seri problemi a ritornare ad un peso corretto, quando decideremo di farlo. Sappiamo razionalmente che dobbiamo ridurre l'apporto calorico, ma la decisione di mangiare di meno entra in contrasto con l'abitudine consolidata di mangiare certi alimenti, in una certa quantità in certi orari.

Il meccanismo di formazione di un'abitudine non prende necessariamente molto tempo, a volte si installa istantaneamente, se ci troviamo in condizioni di forte stress emotivo. Ognuno di noi ha i suoi tempi di adattamento, ma quando ad esempio cambiamo ambiente di lavoro, non ci mettiamo molto a conoscere i nuovi colleghi, entrare nella routine del posto, tanto che nel volgere di qualche settimana consideriamo il nuovo ufficio il 'nostro' ufficio. Un'evidenza più marcata di questo fenomeno si può notare durante un corso. Tutti i partecipanti prendono posto e durante l'intervallo per il pranzo lasciano la sala. Al rientro, se trovate qualcuno sulla vostra sedia, lo fate spostare, e il giorno successivo occuperete lo stesso posto e così farete i giorni successivi.

La ripetizione di un gesto o un'azione è rinforzata ogni volta che viene compiuta. Così per un fumatore il gesto di accendere la sigaretta e fumarla è rinforzato ogni giorno per tutti i giorni della sua vita di fumatore. Questo comportamento diventa un'abitudine e alcune nostre abitudini hanno le caratteristiche della compulsione, ossia della necessità di ripetizione.

Questo tipo di abitudini sono resistenti proprio per il loro meccanismo. La compulsione porta alla ripetizione, la ripetizione al rafforzamento, il rafforzamento intensifica la compulsione e così via, in uno schema a retroazione.

Quello che voglio far notare è che certe abitudini hanno le caratteristiche della compulsione, indipendentemente dal fatto di essere percepite come compulsive o addirittura dal fatto di essere percepite come tali. Ad esempio, posso strizzare leggermente l'occhi sinistro ogni volta che ho un buon punto a poker, senza accorgermene (ma lo farà sicuramente chi gioca al tavolo con voi). Questo è un buon esempio di abitudine compulsiva.

Anche la fame nervosa, il mangiare in certi momenti di particolare stress , è fatto in maniera del tutto involontaria.

Di certe abitudini, invece, siamo coscienti. Il fumo è una di queste. Molti fumatori vorrebbero smettere, e cascano nell'errore di credere che tutti i comportamenti umani siano volontari. Credere che tutti i nostri comportamenti siano volontari, è una trappola in cui cadiamo spesso, e che ci porta a grandi frustrazioni. Quanto volte ci sentiamo inetti, incapaci, dei falliti completi, perché non riusciamo a modificare un comportamento indesiderato. Abbiamo superato da molti anni la fanciullezza e l'adolescenza, ma ci mangiamo ancora le unghie. Ci vergogniamo di questo, ma è più forte di noi. E' come se ci fosse un burattinaio che muove i fili per noi. Questo è quello che più frequentemente ci sentiamo di dire quando ci troviamo in queste situazioni, ma la metafora è vera solo in parte: il burattinaio è dentro di noi, comodamente piazzato nel nostro cervello, a fianco della coscienza, quella parte della nostra mente che ci dice chi siamo, cosa possiamo e non possiamo fare e cosa desideriamo.

Smettere di mangiarsi le unghie sarebbe molto facile. Basterebbe comunicare questa richiesta al burattinaio, ma purtroppo il burattinaio e la nostra coscienza non si parlano e così il burattinaio continua a recitare lo spettacolo per cui lo abbiamo addestrato. Il burattinaio non è interessato alla recita, né sa perché sta recitando quella parte, né da dove viene la necessità di tirare i fili in un certo modo. Se solo potessimo spiegargli che non ci piace oppure fornirgli una nuova trama, lui sarebbe ben contento di smettere o recitare una parte diversa.

Il burattinaio non è altro che un esecutore di ordini, e se gli attribuiamo delle qualità o delle caratteristiche, lo facciamo sempre a nostro danno. Ad esempio possiamo credere di non riuscire a smettere un certo comportamento. Possiamo credere di non riuscire a smettere di fumare. Possiamo credere che un'alimentazione sana e regolare sia difficile da mantenere.

Senza rendercene conto abbiamo addestrato il burattinaio a reagire ad alcune situazioni, che quando si verificano, portano all'urgenza di compiere l'atto. Rispondiamo al telefono, e accendiamo una sigaretta. Vediamo uno spot in tv e ci viene voglia di cioccolata. Stiamo leggendo un libro e ci arrotoliamo i capelli con il dito.

Qualunque sia il segnale: un desiderio, una compulsione, una smania, il risultato è sempre lo stesso. Il burattinaio comincia a tirare i fili, e ci sentiamo intrappolati in una sequenza di eventi alla quale vorremmo porre fine. A volte il burattinaio tira i fili con molta violenza, per cui non possiamo proprio fare a meno di non compiere quel gesto o quella azione in quel particolare momento, altre volte tira i fili lentamente, lasciando che nel nostro corpo e nella nostra mente circolino sensazioni, pensieri indefiniti, appena l'ombra di un post-it che ci ricorda quello che dobbiamo fare, e che sicuramente, prima o poi faremo.