Da Mesmer a Freud

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Esiste un percorso che fatto a ritroso, ci permette di trovare le origini della psicoanalisi nella scoperta dello stato di trance indotta artificialmente attraverso il sonno magnetico fatta da Mesmer alla fine del XVIII secolo. Il mesmerismo, come fu chiamato il fenomeno, svelava per la prima volta una complessa attività mentale che non era disponibile alla coscienza, ma che tuttavia poteva influenzare il pensiero cosciente e l’azione.

Mesmer, viennese come Freud, era un avvocato, un filosofo e un medico, che formulò la teoria del “magnetismo animale” in cui sosteneva che ogni malattia è dovuta a uno scompenso in un fluido invisibile contenuto nel corpo umano e soggetto all’attrazione gravitazionale dei pianeti. Per guarire, bisognava quindi correggere questo scompenso riequilibrando il fluido magnetico, facendolo passare da un essere all’altro con uno sforzo della volontà dell’operatore. Il passaggio non era limitato alle persone, si potevano magnetizzare oggetti sia animati che inanimati. Questo permetteva di operare contemporaneamente su più soggetti, che si afferravano a delle aste di ferro, immerse in una tinozza di acqua magnetizzata (“baquet”).

Riporta Giu­lio Bel­fiore: “E’ nota la tinozza di Mesmer, intorno a cui sedettero Maria Anto­nietta, le prime dame della Corte di Fran­cia, il Conte d’Atois, il mar­chese Lafayette, il duca d’Orleans.Quella tinozza era piena d’acqua, limatura di ferro, fran­tumi di vetro, sab­bia, piante aromatiche; e perpendicolarmente era situato un conduttore di acciaio, da cui par­ti­vano dei cor­doni di lana del dia­me­tro di circa tre linee. I malati si collocavano attorno alla tinozza pren­den­done i cor­doni di lana e circondando la parte malata. Mesmer aveva poi in mano una bac­chetta di ferro e por­tava tutto il suo pen­siero sul vaso, che tra­smet­teva, secondo lui, la sua azione a un gran numero di malati, che pote­vano esser magne­tiz­zati in una sola volta. In que­sto modo si stabilivamo le catene magne­ti­che di Mesmer.”. (Belfiore, 1888, p.60.)

Dif­fi­cile per noi disin­can­tati uomini del XXI secolo, cre­dere che Mesmer fosse un vero scien­ziato (la sua tesi di lau­rea era intitolata “Dell’influsso dei pia­neti sul corpo umano”): ci sem­bra piut­to­sto uno stre­gone, un ciar­la­tano, e tale era considerato al suo tempo dalla classe medica a cui apparteneva. Ma lui considerava la forza magnetica, un ele­mento vero, reale, fisico, tanto sot­tile da non essere visi­bile, e utilizzabile per curare: chi ne sapeva qual­cosa di più allora, in fatto di magne­ti­smo o elettricità?

Per la prima volta nella sto­ria come nota Fran­ce­sco Guidi, mesme­ri­sta del XIX secolo: ”questo principio sanativo, questa panacea universale non consisteva, come le solite medicine, né in una bevanda, né in una polvere, né in un elisire od altro farmaco visibile e tangibile, ma in una forza spirituale occulta e semplicissima, emanante da certi determinati movimenti delle mani, e dalla intensa fissazione dello sguardo e della volontà del medico sull’ammalato.” (Guidi, 1863, p. 90)

Supponendo che il magnetismo animale potesse essere spiegato solo in termini di interazioni fisiche e meccaniche, Mesmer non prestò attenzione ad alcun fattore psicologico. L’idea che il trattamento magnetico cui sottoponeva i pazienti potesse influire sulla loro immaginazione non lo sfiorò mai. Nonostante questo: “Resta ancora aperta la questione se Mesmer sia stato un precursore della psichiatria dinamica o se piuttosto non ne sia stato il vero fondatore. Qualsiasi pioniere è sempre il successore di altri che lo hanno preceduto e insieme il precursore di altri che lo seguiranno. Tuttavia non ci possono essere dubbi che lo sviluppo della moderna psichiatria dinamica può essere studiato risalendo fino al magnetismo animale di Mesmer, e che i posteri sono stati straordinariamente privi di riconoscenza verso di lui.”. (Hellenberger 1976, p. 80).

I contemporanei si ponevano questioni diverse sull’operato di Mesmer e il Re di Francia Luigi XVI nominò una commissione, di cui facevano parte i maggiori scienziati dell’epoca, a cui prese parte anche Benjamin Franklin, per analizzare il magnetismo animale.

La commissione concluse l’11 Agosto 1794, che il fluido magnetico non era percepibile da nessuno dei cinque sensi e che quindi non aveva azione. Non era stata trovata nessuna prova dell’esistenza del presunto fluido né delle sue presunte capacità curative.

La commissione fa uno studio molto approfondito e muove degli appunti molto precisi. Nota che le crisi violente che avvenivano durante il trattamento potevano portare all’imitazione e addurranno questa giustificazione per vietare manifestazioni pubbliche di mesmerismo, ritenendo che potessero portare risultati dannosi. Inoltre sostiene che gli effetti che si hanno sui soggetti magnetizzati non hanno nulla a che vedere con il magnetismo animale, ma sono dovuti al contatto, all’eccitazione dell’immaginazione, in poche parole alla suggestione.

Il tema della suggestione tornerà sarà sviluppato solo molti decenni dopo, nel XIX secolo, e sarà il tema centrale della scuola di Nancy e delle opere di Liebeault e Bernheim. Fino ad allora però la storia procede diversamente.

Mesmer era andato alla ricerca di una cura attra­verso il Magne­ti­smo Ani­male, ma le sue sco­perte furono uti­liz­zate in tutt’altro modo, dando ori­gine al mesme­ri­smo, che diventa spet­ta­colo e non cura, raggiro e non sollievo: insomma,il mesme­ri­smo passa già dai tempi di Mesmer dal gabi­netto del medico alla sala di tea­tro, in mano a ciar­la­tani che lo ren­dono ridi­colo e ancora più inviso di quello che era alla classe medica. Due com­mis­sioni di inchie­sta non riu­sci­rono a fare a Mesmer ciò che ai mesme­ri­sti riu­scì senza volerlo: il discre­dito calò come una man­naia sul mesme­ri­smo tutto, senza fare distin­zioni. Sbat­tuto feli­ce­mente fuori dalla fine­stra dalla scienza, cade nelle mani dei ciar­la­tani, fini­sce negli spet­ta­coli di tea­tro, sulle piazze, uti­liz­zato da maghi e incan­ta­tori per diver­tire il pub­blico. Ma non tutto il male viene per nuo­cere. Infatti, pro­prio gra­zie a uno di que­sti spet­ta­coli, Braid sco­prì il mesme­ri­smo, lo studia e gli da un nuovo nome: ipnosi, ma que­sta è un’altra sto­ria, l’inizio di un nuovo corso, più scien­ti­fico e con­trol­lato, ma non meno travagliato.

Ma prima di arrivare a Braid bisogna affrontare altri passaggi.

Il primo a pro­se­guire nello stu­dio del mesme­ri­smo fu il mar­chese Puy­se­gur (Armand-Marie-Jacques de Cha­ste­net, Mar­quis de Puy­sé­gur (1751−1825)), un aristocratico uffi­ciale di arti­glie­ria, che pos­se­deva nel suo castello un gabi­netto di medi­cina, molto in voga presso gli aristocratici del tempo, in cui si dedi­cava ad espe­ri­menti sul mesmerismo.

Un giorno magne­tizzò un gio­vane pae­sano con pro­blemi respi­ra­tori. Il gio­vane, a dif­fe­renza degli altri sog­getti, non ebbe nes­suna crisi con­vul­siva, nes­sun effetto iste­rico. Se ne stava semplicemente lì, come addor­men­tato, e ben pre­sto il mar­chese si accorse che poteva parlargli e che lui rispon­deva ai suoi comandi. Il mar­chese fu molto sor­preso di que­sto fatto, e di lì a poco sta­bilì che le “crisi ner­vose”, così fre­quenti da rappresentare la norma nei sog­getti mesme­riz­zati, non erano indispensabili.

Puy­sé­gur aveva sco­perto quello che lui stesso chiamò “sonnambulismo arti­fi­ciale”, poi­ché era uno stato molto simile al sonnambulismo, ma con caratteristiche sue proprie.

Insieme a que­sta sco­perta, Puy­ségur sta­bilì anche un con­cetto, che sarebbe apparso in maniera ricor­rente in tutta la sto­ria dell’ipnosi, sia per essere con­te­stato sia per essere difeso, secondo l’indole dello sperimentatore di turno.

Il mar­chese sosteneva di avere il potere di azio­nare il prin­ci­pio vitale. Dal fluido magne­tico siamo pas­sati al potere dell’ipnotista. Da un agente esterno a uno interno, pos­se­duto da chi ha la capa­cità di “azio­nare il prin­ci­pio vitale”. Nasce il “potere dell’ipnotista”, un argomento che sarà sviluppato negli anni ’30 del 1900 da Hull.

Il “magnetismo animale” non è utilizzato soltanto da dottori o uomini di scienza, ma è portato sul palcoscenico. I mesmeristi hanno molto successo, riempono i teatri, e sono molto noti. Uno dei mesmeristi più famosi intorno alla metà del 1800 è LaFontaine, che richiama l’attenzione di un chirurgo oculista di Manchester: James Braid.

Il primo spet­ta­colo cui ebbi modo di assi­stere, fu una ‘conversazione‘ (in ita­liano nel testo) di M. Lafon­taine, il 13 Novem­bre 1841. Quella notte non vidi niente che dimi­nuiva, ma anzi con­fer­mava, i miei pre­giu­dizi. Al secondo spet­ta­colo, sei notti dopo, l’incapacità di un paziente di aprire le sue pal­pe­bre, con­qui­stò la mia atten­zione. Confiderai que­sto un feno­meno reale, e divenni ansioso di sco­prirne le cause fisiologiche. La notte seguente, osser­vai nuo­va­mente il feno­meno, con grande inte­resse, e prima della fine dell’esperimento fui sicuro di averne sco­perto la causa, ma confiderai pru­dente non annun­ciare pubblicamente la mia opi­nione, fin­ché non avessi avuto l’opportunità di esperimentare la sua accu­ra­tezza, con espe­ri­menti e osser­va­zioni in privato.” (Braid 1843 p. 49)

Da questo incontro a teatro nasce, circa due anni dopo, il libro “Neurypnology, or the Rationale of Nervous Sleep” (Braid, 1843). Il mesmerismo appartiene il passato, nasce il termine ipnosi, e soprattutto la tecnica ipnotica di Braid, che sarà tra le tecniche maggiormente impiegate da quel momento in poi, e che costituisce semplicemente nel far fissare un oggetto brillante posto a circa trenta centimetri dal viso sopra gli occhi. La stanchezza oculare porta alla chiusura degli occhi e all’ipnosi.

La fissazione dello sguardo fu abbandonata da Braid, quando si accorse che poteva ipnotizzare soggetti ciechi in una stanza buia, solo con l’uso della suggestione. La suggestione, scartata dalla commissione reale cinquant’anni prima, torna di moda.

Le idee di Braid influenzeranno in seguito Liebeault e Bernheim della scuola di Nancy.

Braid scopre anche che si possono ottenere i maggiori fenomeni ipnotici, quali: catalessia, anestesia e amnesia, senza ricorrere al sonno ipnotico. In altre parole, il sonno è una delle manifestazioni, un sintomo dell’ipnosi. A questo punto Braid tenta di introdurre il termine di monoideismo, in sostituzione di quello “ipnosi”, da lui stesso coniato. Ma ormai è troppo tardi e il termine rimane in uso.

L’ipnosi ai tempi di Freud

L’ipnosi “è stata al centro di grandi controversie negli ultimi anni, e continua a confondere il pubblico che, comprensibilmente non può cogliere facilmente come l’ipnosi può stare sotto i riflettori del palcoscenico (che non sembra, ma probabilmente dovrebbe, imbarazzare chiunque sia coinvolto), e tuttavia essere presa seriamente da eminenti ricercatori e clinici che la dichiarano inequivocabilmente un efficace veicolo di trattamento”. (Yapko, 2003, p.5)

Sembra strano che la psicoanalisi sia nata da una disciplina così incerta, a metà strada tra scienza e magia, tra spettacolo e ricerca. Ma quando Freud cominciava a tracciare i contorni della psicoanalisi, l’ipnosi è nel suo massimo splendore di studi e di ricerche e “domina la scena della psichiatria, sia clinica che sperimentale, perciò se si voleva che la psicoanalisi avesse un suo ruolo autonomo, ci si doveva sbarazzare delle tecniche ipnotiche.”. Nash & Barnier (2008, p. 439)

Verso la fine del 1800 esisteva quindi una numerosa comunità di ricercatori che studiavano le applicazioni e la teoria dell’ipnosi, e tra loro anche alcuni tra i maggiori del tempo. La grande vivacità intellettuale nei confronti dell’ipnosi, portò al primo congresso d’ipnosi, che si tenne nel 1889 a Parigi, con la partecipazione dello stesso Freud, che aveva studiato ipnosi con Charcot all’ospedale della Salpêtrière per quattro mesi tra il 1895 e il 1896. Il congresso partorì soltanto una lista di pochi punti, il primo dei quali proponeva di vietare le rappresentazioni pubbliche d’ipnosi, esattamente quello che la  commissione reale aveva fatto cento anni prima. Tra l’altro Freud, come scrive Gould (2003), aveva potuto osservare almeno in una occasione Hansen, un  Danese famoso ipnotista dell’epoca, a teatro.

Freud conosceva anche Bernheim, rappresentante della scuola di Nancy, anche lui presente al primo congresso d’ipnosi. Aveva quindi di questa materia una conoscenza sia teorica sia pratica molto aggiornata e appresa dai principali rappresentanti del tempo.

Per avere una descrizione di prima mano delle conoscenze del tempo, si può fare riferimento a William James che dedica il capitolo XXVII del libro “Principles of Psychology” all’ipnotismo, che descrive in dettaglio lo stato dell’arte delle conoscenze del periodo.

William James (1890) scrive che “L’intima natura dello stato ipnotico, quando indotto, si può difficilmente dire sia stata compresa. Senza entrare nei dettagli della controversia, si può dire che sono state considerate tre opzioni principali, che si possono definire rispettivamente le teorie del.

  1. Magnetismo animale
  2. Nevrosi
  3. Suggestione

Secondo la teoria del “magnetismo animale, c’è un passaggio diretto di forza dall’operatore al soggetto, di cui quest’ultimo diventa una marionetta, Questa teoria è oggi abbandonata riguardo a tutti i fenomeni ipnotici ordinari, ed è tenuta in considerazione soltanto da qualche persona per spiegare alcuni effetti in cui ci si può eccezionalmente imbattere.”

Sul finire del 1800, mentre i mesmeristiormai destinati al declino, pubblicano le loro ultime opere, Charchot sperimenta l’ipnosi all’ospedale della Salpêtrière nel reparto degli isterici. Non sorprende che consideri l’ipnosi una forma di isteria artificiale provocata. Tralasciato il metodo di Braid, preferisce ricorrere al suono di un gong oppure a un forte lampo di luce di magnesio per provocare la trance nei suoi soggetti. Le reazioni che ottiene sono in effetti isteriche. Lo stato ipnotico è dunque una condizione patologica nella quale certi pazienti predisposti cadono, e nella quale alcuni agenti fisici particolari hanno il potere di provocare speciali sintomi, a prescindere dal soggetto.

Il professor Charcot e i suoi colleghi all'ospedale della Salpêtrière ammettono che questa condizione si trova raramente nella sua forma tipica. Loro la chiamano ‘Il Grande Ipnotismo’, e dicono che accompagna i disturbi degli istero-epilettici. Se un paziente sottoposto a questo tipo d’ipnotismo sente un forte rumore improvviso, o guarda inaspettatamente una luce brillante, cade nello stato catalettico. Le sue membra e il suo corpo non offrono resistenza ai movimenti comunicati loro, ma mantengono permanentemente la posizione imposta. Gli occhi sono fissi, c'è insensibilità al dolore, ecc.

Se le palpebre sono chiuse forzatamente, il catalettico da luogo alla condizione letargica, caratterizzata da apparente abolizione della coscienza, e assoluto rilassamento muscolare, eccetto dove i muscoli sono colpiti o i tendini stretti dalla mano dell'operatore, o certi tronchi nervosi sono premuti. Quindi i muscoli in questione, o quelli supplenti dello stesso tronco nervoso entrano una più o meno profonda contrazione statica. Charcot chiama questo sintomo con il nome di ipereccitabilità neuro-muscolare.

Lo stato letargico può essere ottenuto principalmente guardando fissamente qualcosa, o premendo sugli occhi chiusi. Una frizione sulla sommità della testa farà passare il paziente da una delle due condizioni precedenti nello stato sonnambulico, nel quale è all'erta, parla, ed è suscettibile a tutte le suggestioni dell'operatore.

Lo stato sonnambulico si può anche indurre fissando un piccolo oggetto. In questo stato le limitate contrazioni muscolari caratteristiche della letargia non seguono le precedenti manipolazioni, al loro posto c'è una tendenza alla rigidità di intere regioni del corpo, che occasionalmente possono svilupparsi in un tetanus generale che è realizzato toccando delicatamente la pelle oppure soffiandoci sopra. M. Charcot le chiama con il termine ipereccitabilità cutaneo-muscolare.” (William James 1890, p.596):

Come si vede da questa descrizione degli studi di Charcot alla Salpêtrière, ritorna il sonnambulismo, che è presente anche negli studi della contemporanea scuola di Nancy.

Bisogna comunque notare che la maggior parte degli esperimenti di Charcot avveniva su tre soggetti reclutati tra le malate della Salpêtrière. E’ probabile che i risultati ottenuti con un numero così basso di soggetti, fossero viziati dalle risposte ipnotiche caratteristiche dei sog-getti stessi, amplificate dalle numerose sedute sperimentali.

A Nancy, Ambroise-Auguste Liebeault, che è un semplice medico condotto, e ha uno studio di due stanze all’angolo di un giardino, ha cominciato a curare i pazienti con l’ipnotismo e molti di loro vi si sottopongono volentieri; la cura con l’ipnotismo, a differenza di quella fatta con la medicina ufficiale, è gratuita. Contrariamente a Charcot, Liebeault non usa gong o lampi di luce, ma semplici suggestioni verbali di sonno. La sua tecnica è molto simile a quella impiegata da Braid. Alla fissazione di un oggetto brillante sostituisce quella dello sguardo, con l’aggiunta di suggestioni verbali di sonno. Le sue ricerche sul campo portano alla stesura di un libro, "Le sommeil et les états analogue” (1866) dove descrive i suoi metodi e i risultati ottenuti.

Hyppolite Bernheim, professore universitario a Nancy, è considerato un altro importante rappresentante della scuola suggestiva di Nancy. Dopo essere entrato in contatto con Liebeault, studia intensamente l’ipnotismo e scrive "De la Suggestion dans l'État Hypnotique et dans l'État de Veille," (1884), dove afferma che la suggestione è un’idea che si realizza.

E’ passato molto tempo dagli esiti della commissione del Re di Francia a carico di Mesmer, e la suggestione ritorna di moda, diventa un metodo e interessa molti studiosi, abbastanza da considerarla una scuola. Il conflitto con la scuola di Nancy infiamma la fine del diciottesimo secolo e Bernheim stesso illustra chiaramente le differenze con la scuola della Salpêtrière quando scrive:

No: il sonno ipno­tico non è un sonno pato­lo­gico. Lo stato ipno­tico non è una nevrosi, ana­loga all’isteria. Senza dub­bio, manifestazioni iste­ri­che pos­sono essere create in sog­getti ipno­tiz­zati; una vera nevrosi ipno­tica può essere svi­lup­pata e ripe­tuta ogni volta che il sonno è indotto. Ma que­ste manifestazioni non sono dovute all’ipnosi, sono dovute alle sug­ge­stioni dell’operatore, o qual­che volta alle autosuggestioni di un sog­getto particolarmente impressionabile, la cui immaginazione, impre­gnata dalle idee predominati del magne­ti­smo, crea que­sti disor­dini fun­zio­nali che pos­sono essere sem­pre con­trol­lati da sug­ge­stioni tranquillizzanti. I pre­tesi feno­meni fisici dell’ipnosi sono solo feno­meni psichici.”.

Bernheim registra sistematicamente circa 10.000 casi e osserva che l’ipnosi è efficace in una vasta serie di malattie, comprese l’artrite, la sciatica, le paralisi isteriche, disordini mestruali e altre malattie comuni. Bernheim ipnotizzò l’ottantacinque per cento dei suoi pazienti, smentendo con i fatti la tesi sostenuta da Charcot che solo gli isterici fossero ipnotizzabili.

William James testimonia già allora quello che ormai è storicamente chiaro: “Si può dire che al momento la teoria della suggestione sia trionfante sulla teoria della nevrosi della Salpêtrière, con i suoi tre stati, e i suoi sintomi definiti che si suppone siano prodotti da agenti fisici senza la cooperazione della mente del soggetto. “ (Williams J. 1890 p. 599)

Ma William James aggiunge un’altra cosa, di cui dovremo tenere conto, infatti per la scuola di Nancy: “La teoria della suggestione nega che esista uno speciale stato ipnotico degno del nome di trance o nevrosi. Tutti i sintomi in precedenza descritti, così come quelli che saranno descritti, sono il risultato di questa suscettibilità mentale che noi tutti possediamo in qualche misura, di cedere alle suggestioni esterne, di affermare ciò che abbiamo fortemente concepire e di agire in conformità con ciò che ci aspettiamo accada. [...] Ma una cosa è dire questo, un'altra cosa dire che non c'è una condizione fisiologica particolare di qualche tipo degna del nome di trance ipnotica, nessuno stato particolare di equilibrio nervoso” (Williams J. 1890 p. 599.)

Freud incontrerà Bernheim e in un certo senso, come vedremo, avranno un percorso analogo nei confronti dell’ipnosi. Freud abbandonerà l’ipnosi per sviluppare la psicoanalisi e le libere associazioni, mentre Bernheim abbandonerà negli ultimi anni della carriera la suggestione nello stato ipnotico per passare alle suggestioni in stato di veglia.

Si può dire quindi che ai tempi di Freud il dibattito sull’ipnosi è molto vivace, e non c’è accordo sul fatto se l’ipnosi stessa sia uno stato o meno del sistema nervoso. Solo in seguito le teorie di Charcot saranno ritenute errate e abbandonate.

Un altro punto importante da considerare, è quello di profondità della trance ipnotica, o livello d’ipnosi. Non tutti i soggetti, infatti, rispondevano nella stessa maniera, anzi, alcuni non erano per nulla suscettibili all'ipnosi, qualunque fosse la tecnica impiegata, mentre altri si potevano ipnotizzare facilmente. Inoltre si riscontrava anche un differente grado d’ipnosi tra soggetti diversi e spesso nello stesso soggetto in periodi differenti. Questa differenza di grado era spiegata con una serie di livelli di trance, che sia la scuola di Nancy, che quella della Salpêtrière, avevano individuato.

Una serie di livelli d’ipnosi, erano stati riportati nei libri pubblicati sia da Liebeault che da Bernheim, come dalla seguente tabella.

Bernheim 1880 Lie­beault 1887 e 1888
1880 1887 1888
Sonnambulismo 14,66 23,96 25,6
Sonno molto profodno 29,23 10,12 7,22
Sonno profondo 41,63 30,04 35,8
Sonno leggero 9,05 15,08 17,48
Sonnolenza 2,99 7,43 6,06
Non ipnotizzati 2,44 4,33 3,72

Come si vede, a parte il picco relativo al sonno molto profondo, riportato da Bernheim, i grafici sono omogenei e seguono lo stesso andamento. Questi pochi dati non bastano a trarre conclusioni definitive, ma sono comunque indicativi di una tendenza. Nel corso degli anni saranno proposte altre scale d'ipnotizzabilità, che avranno più o meno stadi o gradini, ma le percentuali varieranno di poco. I soggetti sonnambuli sono sempre una percentuale ridotta del totale.

La discussione sulle scale d’ipnotizzabilità è infinita e non conclusa ancora oggi, infatti, non è detto che queste scale misurino l’effettivo grado di trance. E’ possibile che in realtà misurino le frequenze con cui certi fenomeni, si manifestano nel contesto di una seduta ipnotica. Affermare che una certa percentuale di soggetti raggiunge il sonnambulismo, non indicherebbe che quei soggetti hanno raggiunto un maggiore grado di profondità nella trance, ma solo che appartengono alla percentuale di soggetti che può manifestare quel particolare fenomeno.

La distinzione è importante, perché come vedremo, si considerava che per applicare alcune tecniche ipnotiche, bisognasse raggiungere un certo grado di profondità della trance, particolarmente quel sonnambulismo che ha come effetto una completa amnesia del soggetto sui contenuti della seduta e una totale rispondenza dello stesso alle suggestioni ipnotiche.

La scuola di Nancy acquistò grande reputazione internazionale e molti importanti seguaci, che contribuirono con il loro lavoro all’investigazione dell’inconscio attraverso l’ipnosi. Che la scuola di Nancy avesse una reputazione internazionale lo testimoniano le opere di Wettestrand, a Stoccolma, Bramwell in Inghilterra, Heidenhain in Germania e Forel a Zurigo.

Tutti questi ricercatori avrebbero meritato fama maggiore di quella che hanno poi avuto, ma furono eclissati di colpo insieme all’ipnosi da un altro studioso del tempo, viennese come Mesmer: Sigmund Freud.

Il metodo catartico

L’antecedente principale dello sviluppo della psicoanalisi è l’utilizzo del metodo catartico da parte di Joseph Breuer, medico di Vienna sulla paziente Anna O. (al secolo Bertha Pappenheim).

Il metodo catartico è insieme l’inizio della storia della psicoanalisi e il requiem dell’ipnosi.

Breuer era un noto medico viennese che ebbe in cura una ragazza, chiamata Anna O. Nei resoconti clinici, dal 1880 al 1882 Anna O. manifestava una serie di sintomi molto complessi: tosse, paralisi di entrambe le estremità della parte destra, ridotta mobilità oculare, tosse nervosa, una idrofobia che la tenne lontana dall’acqua per alcune settimane. Inoltre manifestava confusione, delirio, allucinazioni, afasia.

Breuer non riuscì a trovare una causa fisica per queste patologie, quindi si risolse di curarla con l’ipnosi, almeno fino a quando la gelosia della moglie non lo costrinse a cessare la terapia e Anna O. ebbe una gravidanza isterica.

Il trattamento di Anna O. da parte di breve è stato oggetto di molta letteratura, e inevitabili polemiche, a cominciare dall’effettiva efficacia della cura effettuata con l’ipnosi. Ci sono opinioni contrastanti, e molto è stato scritto, ma per quello che riguarda la nascita della psicoanalisi, il successo o meno del trattamento non è essenziale quanto le conclusioni che ne sono scaturite

Il trattamento intrapreso da Breuer si basava sull’ipnosi, ma a differenza delle usuali metodologie del tempo, Breuer non utilizzava suggestioni. Nel metodo proposto dalla scuola di Nancy, dopo avere ottenuto l’ipnosi, si procedeva ad eliminare il sintomo attraverso suggestioni verbali. Come asseriva Bernheim (1911, pag 13): “L’idea può neutralizzare un atto, inibire un movimento, una sensazione, una immagine, una emozione, una funzione.”

Breuer sviluppa il suo metodo in un’altra direzione. Durante l’ipnosi il paziente è incoraggiato a ricordare l’evento traumatico e insieme a esperirne le emozioni nel modo più vivido possibile. Anna O. aveva sviluppato una idrofobia che la tenne lontana dall’acqua per parecchio tempo. In ipnosi ricordò che la sua dama di compagnia aveva fatto bere dell’acqua da un bicchiere al proprio cane. Durante il racconto Anna O. sperimentò tutte le sensazioni di rabbia e disgusto che aveva tenuto nascoste all’amica senza mai manifestarle. Dopo l’espressione delle emozioni legate al ricordo Anna O. chiese un bicchiere d’acqua e bevve tranquillamente.

Breuer cura Anna O. in questo modo, facendole rivivere tutte le situazioni traumatiche da cui si originano i suoi sintomi. Inventa quella chiamerà a “cura verbale”. “Breuer concepì un nuovo metodo di trattamento. La mise [Anna O.] in ipnosi profonda e si fece dire da lei ogni volta cos’era quello che opprimeva la sua mente” (Freud 1925, p.20)

L’ipotesi di lavoro di Breuer prende spunto da Charcot, che sostiene che gli isterici soffrano di reminescenze, di rappresentazioni non attualizzate che possono essere curate facendo rivivere le scene traumatiche. Non è un caso che Freud (1910) scriva che “i nostri pazienti isterici soffrono di reminescenze.”.

La cura in questo caso avviene utilizzando l’ipnosi come substrato all’interno del quale può agire un racconto, fatto dal malato stesso, sulla sua storia e che Freud e Breuer definiscono catartico. Il trattamento catartico imita la malattia per guarirla.

Come si vede nel caso di Anna O. l’ipnosi comincia ad avere un ruolo secondario rispetto al racconto del paziente, e le suggestioni hanno un ruolo ancora minore. Eppure è ancora indispensabile perché solo attraverso l’ipnosi è possibile raggiungere i ricordi traumatici che non sono presenti alla coscienza.

Breuer e Freud scrissero due lavori su quanto appreso dal trattamento di Anna O. “Sui meccanismi psichici dei fenomeni isterici: comunicazione preliminare” (1893) e “Studio sull’isteria” (1895).

Abbiamo scoperto con la nostra più grande sorpresa, che i sintomi individuali isterici sparivano immediatamente senza ritornare se eravamo capaci di risvegliare profondamente i ricordi del processo causale che si accompagnava all’effetto.” (Freud, 2007 p. 4)

Nonostante i lavori in comune le idee di Freud e Breuer sui fenomeni indagati sono molto differenti. Breuer ritiene che i sintomi isterici fossero di origine fisiologica e che potessero manifestarsi solo nello “stato ipnoide”, simile a quello descritto da Janet, suggerendo che la divisione della mente era dovuta a funzioni patologiche della mente.

Freud è di avviso diverso e in “L’origine e lo sviluppo della psicoanalisi” scrive chiaramente:

Il trattamento catartico, così come Breuer ne ha fatto uso, presupponeva che il paziente dovesse essere messo in profonda ipnosi, perché solo in ipnosi erano disponibili le conoscenze delle sue associazioni patologiche, che erano a lui sconosciute nel normale stato di veglia. Ora l’ipnosi, giacché stravagante, e per così dire, mistico, aiuto, cominciai presto ad averla in antipatia; e quando scoprii che, nonostante tutti i miei sforzi, non potevo ipnotizzare con qualunque mezzo tutti i miei pazienti, mi decisi a smetterla con l’ipnotismo e a rendere il metodo catartico indipendente da esso.

Ora possiamo vedere la differenza tra la nostra teoria e quella di Janet. Noi non deriviamo la scissione psichica da una mancanza congenita da parte dell’apparato mentale di sintetizzare le sue esperienza, ma la spieghiamo dinamicamente con il conflitto di opposte forze mentali, noi riconosciamo in questo il risultato di una lotta attiva di ciascun complesso mentale contro l’altro […].

Ora non dobbiamo cercare di portare il caso dei pazienti di Breuer sotto il punto di vista della repressione. Questa storia non deve essere sottoposta a un simile tentativo, perché è stata ottenuta attraverso l’aiuto dell’influenza ipnotica. Solo quando l’ipnosi è esclusa, si possono vedere le resistenze e le repressioni e ottenere un’idea corretta del processo patogeno. L’ipnosi nasconde le resistenze e così rende certe parti del campo mentale liberamente accessibili. Per mezzo dello stesso processo le resistenze sui bordi di questo campo sono ammucchiate in un baluardo, che rende inaccessibile tutto quello che si trova sotto.”. (Freud 2007 p.18)

Dal brano si evince chiaramente che Freud non era in grado di ipnotizzare tutti i suoi pazienti, e questo non deve sembrarci strano, perché anche nelle statistiche di Liebeault e Bernheim una certa percentuale di pazienti, intorno al 2%, è non ipnotizzabile. Qui non ci sono statistiche allegate, quindi è impossibile sapere quanti fossero in percentuale i pazienti che Freud non era in grado di ipnotizzare. Possiamo prendere in considerazione l’idea che questa percentuale fosse alta, se consideriamo che l’ipnosi richiesta dal metodo catartico era “profonda”, quindi sonnambulica, e che in questo caso la percentuale dei soggetti ipnotizzabili scende intorno al 25% secondo le statistiche di Liebeault e Bernheim.

Un numero abbastanza basso e sicuramente non sufficiente per costituire la base di un metodo di cura affidabile. Si può intravedere una delle possibili cause del rifiuto dell’ipnosi da parte di Freud in questa sua incapacità di ipnotizzare tutti i suoi pazienti, o si può supporre di non riuscire a raggiungere il livello di profondità sufficiente a esercitare il metodo catartico.

Probabilmente il motivo del rifiuto dell’ipnosi, oltre che teorico, ha anche un’origine legata all’utilizzo delle tecniche ipnotiche. Se si afferma che servono livelli d’ipnosi profonda per utilizzare il metodo catartico, allora si può applicarlo solo a una bassa percentuale della popolazione. Se questa profondità di trance non era necessaria, allora era Freud stesso a non essere capace di utilizzare l’ipnosi. Questo non deve sorprenderci perché James Watson (1890) afferma molto candidamente:

Alcuni operatori sembrano avere più successo di altri nell’ottenere il controllo dei loro soggetti. Sono a conoscenza che il Sig. Gurny (che ha prodotto validi contributi alla teoria dell’ipnotismo) non fu mai capace di ipnotizzare, e ha usato per le sue osservazioni soggetti di altri.” (Watson J. (1890) p. 594.)

La dichiarata incapacità di Freud di non ipnotizzare tutti i suoi pazienti, non deve quindi sorprendere. In ogni caso sia che fosse perché bisognava ottenere il sonnambulismo per utilizzare il metodo catartico, sia per propri limiti nell’applicazione dell’ipnosi. Freud reputa un limite insuperabile del metodo catartico proprio l’ipnosi stessa, che però è il metodo attraverso il quale avviene il recupero delle memorie traumatiche.

L’ipnosi va eliminata, dunque, perché è inaffidabile. Serve un metodo più sicuro, più facile da utilizzare e dall’esito meno incerto, che però svolga la stessa funzione dell’ipnosi di ricerca nella memoria dei pazienti. In questo senso più che di una filiazione della psicoanalisi dall’ipnosi, si può parlare di un’eliminazione totale e completa, che non riguarderà soltanto l’aspetto tecnico e operativo, ma anche un nuovo assetto teorico, fatto di concetti assolutamente nuovi, che con l’ipnosi non hanno nulla a che vedere.

La teoria della repressione è il pilastro principale su cui sorge l’edificio della psicoanalisi. E’ veramente la sua parte essenziale, e in se stessa non è altro che l’espressione teorica di un’esperienza che può essere ripetuta a piacere quando si analizzi un paziente senza l’aiuto dell’ipnosi. Ci si confronta a questo punto con la resistenza che si oppone al lavoro analitico causando un fallimento della memoria per bloccarla. Questa resistenza sarebbe stata coperta dall’uso dell’ipnosi; quindi la storia della psicoanalisi vera e propria comincia tecnicamente con il rifiuto dell’ipnosi. Il valore teorico del fatto che questa resistenza è connessa con l’amnesia porta inevitabilmente a quella concezione dell’attività psichica inconscia che è peculiare della psicoanalisi., e la distingue notevolmente dalle speculazioni filosofiche sull’inconscio. … Mi voglio opporre energicamente ad ogni tentativo di considerare i principi della repressione e della resistenza come mere assunzioni invece che il risultato della psicoanalisi.” (Freud 2004, p.7)

La repressione non deve avere nulla a che vedere con l’ipnosi, quindi nulla a che spartire con l’amnesia di tipo ipnotico, che si manifesta con il dimenticare completamente il contenuto di una seduta ipnotica una volta terminata. Lo stesso tipo di amnesia avviene anche durante l’esecuzione delle suggestioni post-ipnotiche, che è eseguita in maniera automatica, senza che il soggetto ne sia consapevole, infatti, quando si chiede di spiegare i motivi di un’azione post-ipnotica, se ne riceve giustificazione logica di comodo, perché l’origine dell’azione che ha compiuto è al di fuori della portata della coscienza del soggetto.

Entrambi questi fenomeni prefigurano l’inconscio, la dissociazione della coscienza, su cui, in quel periodo,  lavora attivamente Pierre Janet. La repressione ne è un aspetto, o forse una interpretazione, che risulta centrale nelle formulazioni di Freud, che scopre i contenuti della memoria abbattendo le resistenze che mascherate dall’utilizzo dell’ipnosi. Questo avrà come importante conseguenza che la cura avviene perché contenuti inconsci sono portati alla coscienza, alla consapevolezza del soggetto, e possono quindi essere analizzati. L’inconscio diventa conscio.

Eliminata l’ipnosi e tutti i riferimenti alla profondità di trance, Freud necessita di una tecnica sicura e affidabile che gli consenta di andare a scovare le memorie traumatiche nascoste sotto la soglia della coscienza, ottenendo gli stessi effetti dell’ipnosi nel metodo catartico. Per fare questo ha bisogno di uno strumento che sia neutro che non metta in campo la suggestione, che fa parte delle tecniche ipnotiche.

La prima fase la vediamo nel trattamento della paziente Miss Lucy R., caso riportato in “Studi sull’isteria” (1885). Essendo incapace di ipnotizzarla e avendo la paziente poco tempo a disposizione, Freud decise di ricorrere a un metodo differente, che chiamò “tecnica di concentrazione”.

Decisi di partire dall’assunzione che i miei pazienti conoscessero qualunque cosa che avesse significato patologico e che era solo questione di obbligarli a comunicarla. Così quando arrivai al punto in cui dopo aver fatto al paziente alcune domande come “Da quanto tempo hai questo sintomo?” oppure “Qual è la sua origine?”, mi imbattevo nella risposta ‘Veramente non lo so’, procedevo in questo modo : piazzavo la mia mano sulla fronte del paziente oppure prendevo la sua testa tra le mani e dicevo: ‘Tu ci penserai sotto la pressione della mia mano. Nel momento in cui rilascio la pressione tu vedrai qualcosa davanti a te o ti verrò in mente qualcosa. Afferralo. Sarà quello che stiamo cercando. Bene, cosa hai visto o cosa ti è successo?’” (Breuer, J. & Freud, S. Studies on Hysteria, Quoted in C. Monte, Beneath the Mask: an introduction to Theories of Personality, [1987, Holt, Rinehart, and Winston, New York], p. 39).

Utilizzando questo metodo Freud si accorse che i pazienti ricordavano, ma fino a un certo punto. Più si avvicinavano al ricordo traumatico, maggiori erano le difficoltà a ricordare: mostravano resistenza. Quando metteva la mano sulla loro fronte e chiedeva ulteriori particolari, il processo poteva proseguire. Ben presto si accorse che la pressione sulla fronte non era necessaria, che non occorreva toccasse i pazienti e che poteva semplicemente incoraggiarli a parlare liberamente di quello che veniva loro in mente.

Erano nate le libere associazioni.

Il vantaggio di questo metodo non è quello di eliminare fenomeni importanti come le resistenze, che come abbiamo visto prima sono il pilastro fondamentale della teoria psicoanalitica, ma di portarle alla luce. Anzi, proprio in questo sta il loro valore nei confronti dell’ipnosi. Per Freud il paziente in psicanalisi migliora perché l’inconscio è portato alla luce, non perché rispondono alle suggestioni come avviene nel processo ipnotico, dove tutto si compie nel regno dell’inconscio, all’insaputa della consapevolezza del paziente.

Si può dire che per Freud ricordare è guarire. Guarire dall’amnesia che dissocia la psiche e impedisce al sé di essere se stesso.

Per comprendere pienamente la logica del concetto di repressione è necessario vedere in prospettiva i successivi sviluppi della teoria psicoanalitica. Nelle prime pagine del suo "Studio autobiografico" Freud illustra il filo logico degli interrogativi che hanno portato allo sviluppo del concetto di rimozione.

L'edificazione del pilastro principale della psicoanalisi, comincia con questa questione "Come succede che i pazienti hanno dimenticato così tanti fatti della loro vita esteriore e interiore ma possono tuttavia ricordarli attraverso l'applicazione di una tecnica particolare?" (Freud, S. Autobiographical study, citato in Marks R., The Story of Hypnotism, (2005), p.95).

La risposta di Freud a questa domanda, ci mostra l'essenza della risoluzione di Freud di aggirare il problema dell'ipnosi: “Tutto quello che è stato dimenticato è stato in un modo o nell'altro doloroso; è stato sia angosciante o sgradevole o inconfessabile per la norma della personalità del soggetto. Il pensiero si presenta spontaneamente: precisamente per questo è stato dimenticato. Per renderlo nuovamente conscio, nonostante questo, è necessario sconfiggere quello che combatte contro nel paziente”. (Freud, S. Autobiographical study, citato in Marks R., The Story of Hypnotism, (2005), p.95).

Insomma, non era il materiale amnesico, la parte significativa nella nevrosi, ma il bisogno del paziente di rendere questo materiale amnesico. Il processo con cui questo avviene Freud lo chiamò repressione.

Il compito della psicoanalisi diventa quindi non più quello di "abreagire" un evento, come accadeva con le tecniche ipnotiche, ma scoprire le repressioni e rimpiazzarle con il giudizio e la comprensione che poteva alla fine risultare in una loro accettazione.

"Mostrai il mio riconoscimento della nuova situazione non chiamando più il mio metodo d’investigazione e trattamento catarsi ma psicoanalisi." (Freud, 1925, p. 30)

L'intento di Bernheim e Liebeault era di rimuovere il sintomo distruttivo attraverso suggestioni, e non considerarono mai le relazioni tra il sintomo e la personalità nevrotica come un tutto, né che la scomparsa del sintomo potesse avere conseguenze ugualmente disturbanti. L’utilizzo che loro facevano delle suggestioni era contro-sintomatico.

Probabilmente è con Breuer che si va oltre questa visione di semplice rimozione del sintomo, con l'introduzione dell'ipnosi catartica, che è un meccanismo per portare alla luce il materiale nascosto alla base del sintomo. “Se la suggestione può realizzare il dolore, l’anestesia, la contrattura, la paralisi, se crea dei disturbi funzionali, è logico pensare che possa allo stesso modo dissipare disturbi esistenti”. (Bernheim, 1884).

Per Freud questo metodo di trattamento non era ancora sufficiente, perché anche se era una cura valida, troppi pazienti dovevano rinunciarvi perché non potevano essere ipnotizzati e quindi non c'era modo di sottoporli al trattamento catartico.

La sua seconda obiezione era la conclusione cui era giunto, ossia che non erano le esperienze dimenticate in se alla radice della personalità nevrotica; il nocciolo della nevrosi era più diffuso ed elusivo e stava nel desiderio del paziente di mantenere quelle memorie represse.

Freud, quindi, abbandonò l'ipnosi perché non era possibile ipnotizzare tutti i pazienti sino al sonnambulismo per impiegare il metodo catartico, e a ciò ha contribuito probabilmente sia la sua scarsa attitudine all'ipnosi che l'impossibilità effettiva di ottenere il sonnambulismo in tutti i soggetti ipnotizzati. Inoltre, metodo catartico, da solo, non era abbastanza.

L’ipnosi, a differenza della psicoanalisi, non è un metodo analitico, proprio per questo motivo, i contenuti rimangono nell’inconscio, e non sono mai mesi a diposizione della coscienza, quindi non possono essere interpretati.

Il ruolo dello psicanalista, invece, è quello di aiutare il paziente a vincere le resistenze per arrivare a scovare il contenuto traumatico nascosto.

Dal punto di partenza iniziale, il metodo catartico e l’ipnosi sonnambulica richiesta per attuarlo, si è passati alla pressione sulla fronte e infine alle libere associazioni, ma “Questa scoperta di Breuer è ancora il fondamento della teoria psicoanalitica. La tesi che il sintomo scompare quando abbiamo chiarito i suoi determinanti inconsci è stata confermata dalla ricerca successiva, sebbene si siano incontrate le più strane e inaspettate complicazioni quando abbiamo tentato di tradurla in pratica.” (Breuer, J. E Freud, S. Studies on Hysteria, ciatato in Remembering Anna O.: A Century of Mystification, [1987, Holt Borch-Jacobsen, M., Routledge, 1996], p. 5).

 Conclusioni

Come tutti sanno, è stato differenziandosi dall’ipnosi che si affermò la psicoanalisi.” (Lacan, 1998 p. 287). In questa frase c’è la chiave per comprendere come la psicoanalisi non nacque dall’ipnosi. Non fu un parto quello che le diede la luce, né una scissione, ma una sostituzione completa di tecniche e concetti.

Mesmer un centinaio di anni prima aveva abbandonato i magneti per compiere i passi magnetici con le mani, e un secolo dopo un altro medico viennese, Freud abbandona lo sfregamento della fronte, probabilmente residuo degli insegnamenti d’ipnosi appresi dal suo maestro Charcot. La tecnica ipnotica diventa sempre meno invasiva, più distante, le suggestioni lasciano il posto alle libere associazioni. Il cambiamento della tecnica è necessario al nuovo assetto concettuale.

L’amnesia ipnotica era stata molto studiata ma poco compresa, tanto che White nel 1954 considerava come uno dei punti indispensabili da chiarire per spiegare come mai il soggetto  durante l’ipnosi “si comporti senza l’esperienza della volontà … e non sia in grado di ricordarlo dopo, come ci si aspetterebbe.”. Freud riformula il problema e l’amnesia diventa rimozione, l’assenza di ricordi è la volontà di dimenticare. Tutto ciò che nella pratica ipnotica rimaneva nascosto nel regno dell’inconscio, Freud lo porta alla luce, perché sia interpretato e compreso.

Dopo la nascita della psicoanalisi, il quadro storico muta radicalmente, e l’ipnosi tutto il fermento sperimentale e polemico che ha animato la fine del XIX secolo cessa per mancanza di interpreti. L’entrata sulla scena della psicoanalisi è stata un momento di passaggio cruciale.

Soffocata dallo sviluppo del movimento psicoanalitico la “Revue de l’Hypnotisme” nel 1910 cambia il suo nome in “Revue de Psychoterapie et de Psychologie Appliquée”, avrà molte difficoltà a trovare studiosi disposti a proseguire le ricerche intraprese. Solo nel 1930, con la creazione del laboratorio d’ipnosi da parte di Clark Hull, riprendono studi significativi sull’argomento.

Per la psicoanalisi, al contrario, comincia un percorso denso di studi e polemiche, che è ancora attivo dopo più di un secolo dalla sua nascita.

Oggi, nonostante il tentativo di eliminazione da parte di Freud, l’ipnosi è ancora viva e vegeta. Paradossalmente al suo interno si è sviluppata anche una corrente di tipo psicoanalitico, chiamata ipnoanalisi, che mira a utilizzare le tecniche psicoanalitiche nella seduta ipnotica. Un buon esempio di contraddizione in termini, che non sembra tenere minimamente conto delle premesse di Freud riguardo alla nascita della psicanalisi. Probabilmente l’ipnoanalisi è probabilmente più vicina all’ipnosi catartica di Breuer che alla psicoanalisi.

In ogni caso l’ipnosi continua ad andare avanti nonostante la psicanalisi. Il mio augurio è che si renda consapevole degli ulteriori passi da fare per diventare oggetto di studio multidisciplinare ma indipendente, completamente autonoma, con i suoi strumenti di ricerca e un suo campo d’indagine ben definito. Solo in questo caso sarà possibile distinguere le tecniche ipnotiche e i risultati che dalle loro applicazioni derivano, da quelle di altre discipline, che con l’ipnosi hanno solo una contiguità storica.

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