L'arte della bugia - parte seconda

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«Come mai sapete che ho detto una bugia?». «Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perché ve ne sono di due specie. Vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l'appunto è di quelle che hanno il naso lungo» [Pinocchio]

La fortuna dei bugiardi, è che le cose non stanno esattamente come viene detto a Pinocchio. Riconoscere una bugia non è così semplice. Non esiste un segno indicatore della bugia che abbia la stessa valenza del naso lungo o delle gambe corte. In realtà, non esiste nessun segno direttamente collegato con la bugia.

Inoltre, bisogna considerare che il mentitore, fa di tutto per mascherare la sua bugia, per rendere il suo comportamento quanto più possibile trasparente ed innocente. La dissimulazione è la prima arma a sua disposizione per mascherare la menzogna con un camaleontico inganno. La menzogna ha la necessità di essere mascherata da un'altra menzogna, che passa per il camuffamento del comportamento. Quello che il mentitore non può fare, è dissimulare tutto. Probabilmente si concentrerà sugli aspetti del suo comportamento che ritiene siano più facilmente identificabili dagli altri.

Per questo si può misurare il tono di voce, perché non lasci trasparire quelle emozioni, di colpa, di paura, che possono essere collegate al fatto di mentire.

Si possono controllare le espressioni del viso, gli attori in questo sono maestri. Altri segni di comunicazione non verbale sono meno importanti, e possono essere ignorati dall'interlocutore, oppure sottostimati. Questi segnali sono meno importanti da quelli che possono venire dal volto, perché è al colto che è demandata l'espressione delle emozioni, in via del tutto involontaria. Si sorride senza pensarci, ed è facile identificare un sorriso finto, artefatto, che manca della spontaneità del sorriso naturale, perché i due sorrisi sono realizzati con differenti muscoli facciali. Il sorriso falso è più asimmetrico del sorriso spontaneo e non è accompagnato da nessuna azione dei muscoli intorno agli occhi.

Ekman sostiene che la maggior parte delle persone "bada soprattutto alle parole e si lascia spesso fuorviare", anche se spesso quello che rivela una menzogna è la discrepanza tra ciò che viene detto e i gesti o l'espressione facciale. Negli esperimenti condotti da Ekman i risultati peggiori si avevano quando si poteva vedere solo la faccia o sentire la voce si un soggetto sperimentale che mentiva.

Le ricerche a questo proposito sono contraddittorie, alcune indicano che le risposte circonvolute o che si servono di più particolari di quelli indispensabili, sono indice di menzogna, mentre altre indicano esattamente l'opposto, riconoscendo al mentitore la capacità di essere preciso e non evasivo nelle sue risposte.

Considerando le risposte in questo modo, comunque, si corre il rischio di fare l'errore di scambiare per menzogna un verità. Si può essere eccessivamente prolissi nel parlare solo perché è così che si parla, oppure si può incorrere involontariamente in un lapsus o una incongruenza in modo involontario e del tutto onesto. Se si conosce bene la persona con cui si parla, si possono identificare facilmente segnali di questo tipo, quando sono incongruenti con il comportamento abituale, ma quando non si conosce la persona con cui si parla, non si possono fare confronti storici di nessun genere, e di conseguenza, quello che altrimenti poteva essere un indizio, si rivela privo di un effettivo valore predittivo.

Lo stesso ragionamento che abbiamo fatto per il discorso, dice Ekman, può essere fatto per la voce. Tutti gli indizi che filtrano attraverso il tono della voce, come una nota d'ansia, delle pause più lunghe, non hanno un valore conclusivo nell'identificare una bugia. Chi parla può essere ansioso per sua natura, o per altre ragioni, non necessariamente perché sta mentendo.

Ekman rileva che un innalzamento del tono di voce, si può verificare durante la menzogna, ma "la voce acuta non è segno di falsità: è segno di paura, di collera, forse anche di eccitazione, E' pericoloso interpretare un qualunque segno vocale come prova di menzogna. ... Il fatto di non tradire alcuna emozione nella voce non è necessariamente prova di sincerità; alcune persone non mostrano mai emozioni, almeno non nella voce."

Per quanto riguarda le espressioni del corpo, Ekman costruisce un esperimento interessante, per verificare se il corpo possa effettivamente riflettere, in maniera involontaria, la condizione psicologica del soggetto. Per questo mette i suo compagni di corso di fronte al professore, in una situazione di grande stress, e li filma. In uno degli esperimenti "io osservavo la scena attraverso uno schermo unidirezionale e manovravo la cinepresa. Alla primissima intervista, quasi non credevo ai miei occhi: dopo il terzo attacco, la ragazza puntava il dito medio contro il professore, nel gesto convenzionale di «Va' a farti fottere»".

La ragazza nega, e il professore ammette che avrebbe sicuramente notato il gesto, se la ragazza lo avesse fatto. Ma Ekman, come dimostra quanto registrato dalla cinepresa, aveva ragione " la studentessa sapeva di essere arrabbiata, non consapevole era invece l'espressione di quei sentimenti. Non si rendeva conto di aver fatto un gesto osceno al suo persecutore. Erano trapelati in un gesto involontario i sentimenti che cercava di dissimulare."

Quindici anno dopo, durante l'esperimento con le infermiere, Ekman conclude che "Quello che invece molti non sanno è che questi segnali possono presentarsi sotto forma di lapsus: se non è messo sull'avviso, chi vuole smascherare una bugia non coglierà questi segni rivelatori perché sono frammentari e compaiono fuori della sede deputata di presentazione."

Un altro indicatore gestuale, riguarda i gesti illustrativi, tutti qui movimenti che si fanno per sottolineare un discorso. Un mentitore avrà una gestualità più limitata, perché le emozioni collegate all'atto del mentire, mettono fuori sincrono gesto e verbalizzazione.

Ekman ammonisce "Quando si va a caccia di menzogne, bisogna essere più cauti nell'interpretare i gesti d'illustrazione che i lapsus gestuali, a causa dell'errore di Otello e dell'effetto Brokaw."

L'"effetto Brokaw" prende il nome dal conduttore televisivo Tom Brokaw, che sosteneva di saper riconoscere le bugie nelle risposte contorte ed evasive del suo interlocutore, mentre l'"effetto Otello", si riferisce all'omonimo personaggio shakespeariano, che deduce il tradimento di Desdemona dalla sua disperazione, che interpreta, erroneamente, come paura di essere scoperta, mentre deriva dall'angoscia di non essere creduta da Otello.

Ekman va alla ricerca di espressioni di menzogna rivelate dalle espressioni del viso, e si concentra sullo studio delle microespressioni, che sono espressioni che compaiono sul viso per un tempo brevissimo. Anche per queste valgono le considerazioni precedentemente esposte rispetto all'effetto Brokaw, e alle differenze interindividuali nell'espressione delle emozioni. Per cui non tutti, quando mentono, produrranno microespressioni facciali. L'assenza di queste microespressioni, quindi, non è una prova di verità, quanto la loro presenza non è prova certa di menzogna.

Per quanto riguarda l'errore di Otello, anche in questo caso si deve tenere conto che un persona sincera, quando è sospettata di mentire, può manifestare le stesse espressioni di un bugiardo.

Riconoscere un bugia sembra una impresa disperata, ma Ekman ha in serbo una modalità di verifica e controllo, che vedremo nel prossimo articolo, che dovrebbe essere utile a chi cerca di svelare un inganno, perché è più facile migliorare le proprie capacità di individuare le menzogne che non di perpetrarle.

Bibliografia

  1. Ekman, P., Ricci, B. P. E., & Noferi, G. (1989). I volti della menzogna: Gli indizi dell' inganno nei rapporti interpersonali, negli affari , nella politica, nei tribunali. Firenze: Giunti-Barbera.