Autoefficacia, ipnosi e calcio

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Il costrutto di autoefficacia è stato formulato la prima volta da Bandura, che lo definì come "la convinzione circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni per produrre determinati risultati."

La definizione non attiene alla fiducia in se stessi, né fa ricorso al concetto di autostima, ma si basa unicamente sulla convinzione che ciascuno di noi ha di potere affrontare o meno certe situazioni, eventi o compiti.

L'autoefficacia misura quindi quanto una persona crede di poter fare in diverse situazioni con le capacità che possiede, o meglio che ritiene di possedere.

Può accadere quindi di essere del tutto sicuri e proprio agio nell'affrontare una determinata situazione, anche quando questa presenta fattori di novità e non è mai stata affrontata prima, semplicemente perché ci si sente in grado di farcela, mentre al contrario ci si può ritenere impreparati nell'affrontare situazioni che magari si verificano quotidianamente.

Una bassa percezione di autoefficacia porta a meccanismi di evitamento di situazioni e/o persone, oppure di tutte quelle attività che si ritengono troppo difficili da affrontare in base al giudizio sulle nostre capacità.

L'abbandono può riguardare una intera categoria, come ad esempio la rinuncia ad apprendere la matematica una volta che ci sisa convinti che sia troppo difficile, bene al di là delle nostre capacità. Oppure la stessa situazione si può verificare nel non cercare o allontanarsi da tutti quei lavori, o settori all'interno di una attività lavorativa, per i quali ci si sente poco preparati.

Spesso la rinuncia e la convinzione della propria inefficacia, si manifestano alla prima difficoltà, attraverso una rinuncia all'impegno: "si, studio, ma tanto l'esame non lo passo lo stesso."

Ogni rinuncia di questo tipo accresce il senso di autoefficacia e rende sempre più difficile recuperarlo, iniziando un circolo vizioso che può portare allo stress, a una bassa autostima, a continue rinunce e rari successi.

Di fronte alla stessa sfida, che sia un nuovo lavoro o un nuovo corso di studi, chi ha una bassa autoefficacia prefigura immagini di fallimento e rende operativa la legge di Murphy: " se qualcosa può andare storto, lo andrà."

Questo vale per chiunque, dall'atleta famoso che si vede sconfitto alla finale dei cento metri, come per il giovane che inizia un nuovo lavoro: la percezione della propria capacità di agire sugli eventi, determina il risultato finale. Una bassa percezione di autoefficacia può predire il fallimento.

Chi percepisce se stesso come dotato di bassa autoefficacia è convinto che questo stato di cose sia immutabile, perché considera le capacità di un individuo come immodificabili e innate, e il livello di prestazione ottenibile come un indice di queste capacità.

Poiché si considerano le proprie capacità innate, non si tenta di modificarle né di acquisirne di nuove, consolidando lo status quo che produce la percezione della bassa autoefficacia.

In sostanza, la bassa percezione di autoefficacia è qualcosa che finisce per alimentarsi da sola, come una palla di neve che rotolando a valle diventa valanga.

Stress e depressione possono essere una conseguenza nel percepire se stessi come poco efficaci, perché la motivazione di chi ha scarsa autoefficacia è bassa, poiché ogni azione intrapresa, per questi individui, determina alla fine un fallimento. Da qui le rinunce precoci o addirittura la mancata partecipazione a nuove azioni.

Chi ha una bassa percezione di autoefficacia è esposto maggiormente all'ansia, perché ogni azione intrapresa prefigura un fallimento e il senso di controllo sugli eventi è scarso, per cui si ha una maggiore paura di affrontare le situazioni e quando lo si fa, o si è costretti a farlo, è in un clima di costante incertezza.

Sebbene in certi casi autostima e autoefficacia siano considerati sinonimi e usati in maniera interscambiabile, non rappresentano lo stesso fenomeno. L'autostima riguarda giudizi di valore personale, l'autoefficacia si riferisce a giudizi di capacità personale.

Uno studio

In uno studio di Jamie B. Barker and Marc V. Jones della "Staffordshire University", ("The Effects of Hypnosis on Self-Efficacy, Affect, and Soccer Performance:A Case Study" Journal of Clinical Sport Psychology, 2008, 2, 127-147), è stata utilizzata l'ipnosi per migliorare i risultati di un giocatore di calcio sofferente di livelli bassi di autoefficacia, e quindi pessimi risultati sportivi. In linea con altri risultati di precedenti ricerche (Barker & Jones, 2005, 2006) che suggerivano che l'ipnosi potesse agire sull'autoefficacia, anche questo studio ha torvato significativi niglioramenti nei tratti di autoefficacia, e nei risultati sportivi dopo l'intervento ipnotico.

L'intervento ha utilizzato suggestioni positive in immaginazione guidata, e suggerendo che queste possano aumentare il senso di autoefficacia e creare un migliore stato affettivo, quindi un umore generale migliore.

Quale dei due porti al cambiamento, non è possibile determinarlo. Infatti un cambiamento negli affetti può dipendere da un aumentata sensazione di autoefficacia (generata dall'ipnosi), o come risultato di singole suggestioni (es.: ti sentirai più energico). Oppure cambiamenti nell'autoeffiacia possono essere il risultato sia di uno stato affettivo maggiormente positivo generato dalle suggestioni (e.: sentirai aumentare le tue abilità di giocatore). Ma l'aumento di autoefficacia del giocatore, può dipendere anche dai suoi miglioramenti nei risultati sul campo.

Lo studio conferma comunque che ad alti livelli di autoefficacia corrispondono altri livelli di rendimento sportivo.