Approcci all'ipnosi

0
27

Tra gli ipnotisti ci sono opinioni differenti riguardo all'ipnosi e alle sue applicazioni. Questo risulta evidente dalla miriade di varianti a cui è soggetta ogni singola tecnica. Ma nonostante questo esiste una serie di approcci che sono predominanti e che sono stati discussi durante tutta la storia dell'ipnosi.

Ci riferiamo in particolare agli approcci:

  1. autoritario
  2. standard
  3. conversazionale

Ognuno di questi approcci si differenzia per quanto concerne il rapporto con l'ipnotizzato e per la relazione che si stabilisce tra ipnotizzatore e ipnotizzato.

Le opinioni sull'utilizzo degli approcci sono differenti, e ci sono molte sfumature che devono essere considerate, ma generalmente si associa l'approccio autoritario ai primi tempi dell'ipnosi, e l'approccio materno si considera associato agli ultimi sviluppi dell'ipnosi.

Indipendentemente da queste considerazioni, l'approccio autoritario pone l'enfasi sull'ipnotista. L'ipnotista conduce il gioco, è lui che ha il potere e questo potere non può, ne deve per il successo stesso dell'ipnosi, essere minimamente messo in dubbio dall'ipnotizzato. Molte teorie e molti teorici hanno fondato le proprie convinzioni e le proprie teorie su questo aspetto. Hull sosteneva la tesi dell'ipnotista autoritario.

L'approccio autoritario è usato come ingrediente essenziale nell'ipnosi da palcoscenico, nell'ipnosi da strada (street hypnosis) e in tutte quelle tecniche rapide o immediate, basate sullo shock e sulla sorpresa.

Da questo approccio derivano molti, se non tutti i preconcetti riguardo all'ipnosi, e può a buon diritto essere considerato uno stereotipo. Quando si pensa all'ipnosi l'immagine che viene in mente è quella di una persona che comanda, ordina a un soggetto suggestioni che sono eseguite da questi in maniera passiva. L'idea del controllo mentale dell'ipnotizzatore sull'ipnotizzato ha le sue radici nelle tecniche autoritarie.

I primi mesmeristi praticavano un'ipnosi di questo tipo. L'immagine di Svengali, il cattivo ipnotista che lega a se Trilby, una giovane cantante, mantenendola sotto l'influsso dell'ipnosi, compare per la prima volta in una novella di George du Maurier del 1894, che descrive con una certa esattezza il modo di vedere l'ipnosi alla fine del XIX° secolo.

L'ipnotista, insomma, è il cattivo, ma dotato di potere e carisma, che fa cadere a suo piacimento le vittime nella sua tela di ragno. Lo stile autoritario, fonda tutto sul carisma dell'ipnotista. Non c'è nemmeno bisogno di essere abili ipnotisti per praticare questo stile d'ipnosi, basta semplicemente essere creduti tali. Le convinzioni fanno miracoli.

Questo tipo di approccio, funziona bene sul palcoscenico e non solo. Certe categorie sono più predisposte degli altri a ricevere ordini, e se l'ipnosi è condotta in maniera etica, per il benessere del soggetto, non cedo perché non si debba utilizzare questo approccio quando si pensa possa funzionare. Inoltre lo stereotipo del soggetto che soggiace al potere dell'ipnotista, funziona come una profezia che si autoavvera, il soggetto da per scontato che questo sia il modo di fare ipnosi e che l'effetto sia quello immaginato, quindi risulta "pronto" ad assumere il ruolo d'ipnotizzato. In un teatro, dove scatta anche il fenomeno dell'imitazione, si crea quindi l'ambiente adatto, perché ci si aspettano dei fenomeni bizzarri e il "controllo mentale" da parte dell'ipnotizzatore.

Questo approccio, naturalmente, era messo in discussione a molti, che praticavano ipnosi senza per questo spacciarsi per esseri sovrannaturali, dotati di poteri occulti. Uno dei primi a restituire il ruolo centrale nell'ipnosi all'ipnotizzato  fu l'Abbè Faria, che seppure praticasse un'ipnosi molto autoritaria (bastava che ordinasse ai suoi soggetti "dormi!!" che loro entravano immediatamente in ipnosi), si rese conto che non bastava soltanto la volontà e il carisma dell'ipnotizzatore, ma serviva anche la collaborazione del soggetto.

Nel dopoguerra, dopo un lungo periodo di stasi dell'ipnosi e negli anni sessanta, quando ci fu un ritorno degli studi di laboratorio, si svilupparono una serie di tecniche e di approcci standard, che prevedevano l'utilizzo della stessa tecnica per ogni soggetto.

Questo era reso necessaria dall'attività di ricerca. Non si potevano utilizzare tecniche differenti su differenti soggetti, perché poi non sarebbe stato possibile confrontare i dati dei diversi esperimenti.

Per molti questo approccio, fondato su routine che tendono a suscitare i più comuni effetti ipnotici  come catalessia, amnesia, allucinazione, ecc., tramite routine standardizzate, è completamente inutile, perché sostengono la tesi che l'ipnosi deve essere ritagliata sulle caratteristiche del soggetto. Non tutti gli ipnotizzati riescono a fare catalessia, non tutti sono in grado di allucinare.

Questo è vero, almeno quanto è vero che le tecniche standard non possono adattarsi a tutti, ma nessuna tecnica si adatta a tutti, per cui questa obiezione mi sembra piuttosto debole.

Il vantaggio delle tecniche standard, è che si basano su un set di tecniche condiviso, di cui si può predire l'effetto, perché sono basate in grande parte su risposte fisiologiche facilmente osservabili e suscitabili. L'approccio standardizzato non si basa più sul carisma dell'ipnotista, ma sull'utilizzo della tecnica, che spesso viene ad assumere un ruolo centrale ed esagerato, tanto che alla fine un ipnotista può fare più affidamento alla tecnica in se che alle sue stesse risorse. Se la tecnica fallisce, fallisce anche l'ipnotista.

Gli esperimenti sulle tecniche standard proposte in laboratorio hanno partorito una serie di scale d'ipnotizzabilità e di suggestionabilità  che sono più o meno utilizzate dagli ipnotisti, in base alla fiducia che questo danno loro. A volte queste scale hanno lo svantaggio di categorizzare un soggetto come poco responsivo, al gradino inferiore della scala, e se l'ipnotista si convince davvero che questo è un soggetto difficile da ipnotizzare  difficilmente lo ipnotizzerà. Anche le scale ipnotiche, come molte altre cose del resto, soffrono degli esiti della profezia che si autoavvera. Se si crede di non riuscire a fare una cosa, difficilmente si riuscirà a farla.

Mentre l'approccio autoritario era basato spesso su metodi spettacolari, sullo shock e sulla sorpresa, la maggior parte degli approcci standard si basano sul rilassamento, e questo di per se non è un male, perché esser rilassati e mantenere il rilassamento a lungo fa vivere sicuramente meglio.

Questo approccio ha i suoi limiti nella concezione sottesa al metodo utilizzato, che sia la tecnica a generare la trance e che il soggetto, tutto sommato, non vi abbia niente a che fare. Anche qui il soggetto è passivo, come nel caso dell'approccio autoritario, e tutta l'ipnosi che è in grado di fare, sembra scaturire di per sé dalle strutture mentali che possiede in comune con il resto del genere umano, e che se opportunamente stimolate, generano il rilassamento e quindi la trance.

L'approccio conversazionale, un nome di comodo per l'approccio ericksoniano e per tutto quello che ne è in seguito derivato, parte dal presupposto che invece sia il soggetto a fare l'ipnosi, sia lui stesso a generare la sua trance, che è un'esperienza del tutto soggettiva, e che quindi non può essere predeterminata in anticipo, second una struttura rigida, ma piuttosto suscitata nel soggetto attraverso l'utilizzazione delle sue esperienze personali. L'induzione diviene quindi un discorso che ha il compito di suscitare associazioni nella mente dell'ipnotizzato, la voce dell'ipnotista una guida alla scoperta del modo migliore di entrare in trance.

Qui non esiste più uno standard, perché è l'ipnotista che guida il soggetto, ma è anche il soggetto che fornisce spunti e guida l'ipnotista nella direzione giusta. Il linguaggio dell'induzione non ha più una sola direzione, ipntoista, ipnotizzato, ma diventa uno scambio reciproco. ogni sottile indizio verbale non verbale dell'ipnotizzato è utilizzato in direzione del raggiungimento dell'ipnosi.

La concentrazione tende ad essere progressivamente rivolta dall'ambiente esterno all'interno, al proprio se. Ci si ritrova in trance senza sapere nemmeno come ci si è entrati.

In conclusione, correi notare come in ognuno dei tre approcci, che coesistono in differenti gradi e in differenti modi, le suggestioni "diventano atto", come diceva Bernheim, solo nel grado in cui attivano, bloccano o dissolvono le associazioni mentali dell'ipnotizzato rispetto al problema che si sta affrontando con l'ipnosi.

Nessuno dei metodi esaminati può rispetto a questo essere considerato il migliore, si tratta solo di modi differenti di fare la stessa cosa. Il potenziale ipnotico può essere attivato in ogni caso, l'esito però non è mai determinato dalla tecnica utilizzata. Questo, secondo me è il problema teorico che l'ipnosi dovrebbe affrontare e risolvere per diventare uno strumento non soltanto efficace, com'è, ma anche dagli esiti meno incerti e più sicuri.

Ipnotizzare una persona, con qualunque metodo e tecnica, non garantisce che le suggestioni saranno accettate né che i comportamenti cambieranno. Se così fosse l'ipnosi, autoritaria o materna, standard o esoterica, avrebbe già risolto tutti i problemi del mondo.